PANORAMA
QUEL PARTO E’ UN GIALLO TRISTE
DA “Panorama” del 22 gennaio 2009
di BIANCA STANCANELLI
Il caso della ragazza albanese
Il 31 dicembre ha dato alla luce, sola, al freddo, in mezzo a cartoni, una bambina. Si tenta di capire chi è. E il mistero si infittisce.
Aveva con sé 1.500 euro, ma per partorire la sua bambina è andata a rifugiarsi sotto un viadotto, alla periferia est di Roma, tra i rifiuti e i cartoni di un dormitorio di fortuna, e ha scavato la terra con i piedi nudi, come per crearsi una tana nel gelo di dicembre. Lì, da sola, al buio, ha dato alla luce la sua creatura e l’ha tenuta per ore tra le braccia, senza neanche riuscire a tagliare il cordone ombelicale, finché la piccola è morta. Al sorgere del giorno, l’ultimo dell’anno, l’unico modo che ha trovato per chiedere aiuto è stato mostrare quel cadaverino a un automobilista che ha chiamato un’ambulanza. Secondo l’equipaggio del 118, la piccola era morta da ore.
È ancora piena di mistero la storia della giovane albanese trovata il 31 dicembre, in uno spiazzo di via Lunghezzina, quartiere Casilino. Capelli biondi corti sulle spalle, un bel viso, l’aria assente, la ragazza, che compirà 23 anni a marzo, ha raccontato d’essere arrivata a Roma dalla Campania, in treno, il giorno stesso in cui ha partorito, e di essere salita su un pullman, scendendo al capolinea, in una desolata periferia romana, in vista dell’autostrada per L’Aquila. Fuggiva da qualcuno? Da che cosa? Per chiarirlo, la procura della Repubblica non ha trovato di meglio che chiedere l’arresto della donna con l’accusa di infanticidio. La ragione? Aveva soldi, aveva anche un telefonino, che dice d’avere usato solo per chiamare la madre in Albania: poteva pur chiedere aiuto, trovare un posto migliore per dare alla luce la sua prima figlia.
Ricoverata in ospedale e subito piantonata dalla polizia, la ragazza (la cui identità è coperta per le indagini in corso) è ora ufficialmente libera. Il gip Pina Guglielmi ha decretato che, nel suo «stato di disperazione», non ha colpa della morte della figlia e, anzi, ha fatto ciò che poteva per salvarla. Racconta l’avvocato Simone Pacifici: «Quando le ho detto che non sarebbe andata in carcere, mi ha guardato senza emozione. “E allora dove vado?” mi ha chiesto».
A Roma, ha raccontato la ragazza, non aveva nessuno: né amici né parenti. Perché venirci, allora? Mistero. Spiega il legale: «Capisce l’italiano, lo parla anche, ma non risponde alle domande. Non guarda nessuno, non ascolta. Sembra completamente svuotata, esausta. Mi domando che cosa le hanno fatto».
Sul conto della donna tutto ciò che si sa è in un dossier spedito dalla Campania. Poche notizie: è arrivata in Italia quattro anni fa; qualche segnalazione la indica come prostituta, nell’area tra Caserta e i paesi dell’hinterland napoletano; un anno fa tentò il suicidio gettandosi dall’alto di un palazzo e venne salvata. Risulta avere fatto controlli abbastanza regolari all’inizio della gravidanza, poi niente più. È possibile che sia stata abbandonata dal padre della bambina e sia venuta a Roma per cercarlo o che fuggisse dal controllo di chi la sfruttava come prostituta. Ora, forse, le toccherà un processo, ma non un rifugio. Dichiara, con sconcerto, l’avvocato: «Tra le pubbliche autorità nessuno si è offerto di ospitarla».